giovedì 16 ottobre 2008

Romanza


Forse è la luce, forse i profumi, qualcosa comunque che accende i sensi e l’istinto. Che tu stia entrando in una terra speciale, ne hai il sentore lungo tutto il tragitto che fila dritto e rassicurante verso Sud. Ma appena lasci l’autostrada che costeggia il mare, girando attorno alle guglie gotiche della cattedrale di Narbonne, ne hai la certezza. Sulla cima delle colline tutt'intorno, si profilano le mura di antiche fortezze ormai diroccate che sembrano rimaste a guardia di qualcosa che, seppur soffocato in tempi lontani, cova vivace sotto la brace pronto a riaccendersi se solo spira il vento giusto. Il vento necessario è solo un alito, un respiro, una parola. E’ il suono della lingua occitana che soffia tra le ginestre e il mare e racconta da sempre l’amore per un’identità che non si vuole perdere a nessun costo. E’ il Patois accorato dei cartelli del 1907, quello schietto dei contadini che si raccontano la giornata, quello che da straniero ascolti di nascosto affascinato dall’intrigante poesia del suono. Così non è difficile, fermandosi ad ammirare incantati (ancora una volta) i cappelli da fata rossi e blu ritti sulle torri di Carcassona, intonare, sorpresi dalla facilità con cui è entrata a far parte del tuo bagaglio conoscitivo, un’aria trobadorica che sembra da sempre dormire nel cuore.

venerdì 26 settembre 2008

L'Hotel de France (J'ai deux amours)


Ci sono luoghi che esercitano un fascino inspiegabile per la nostra mente, condizionato probabilmente da quello che Konrad Lorenz non avrebbe esitato a paragonare ad un elementare Imprintig. Mi spiego solo così l’attrazione morbosa che provo per il vecchio albergo in cui passo i miei soggiorni a Rennes les Bains. Anni fa, dopo alcuni rifiuti dagli alberghi più gettonati della zona, quando oramai la notte si approssimava ed eravamo stanchi, infreddoliti e affamati, Madame Russellot ci accolse senza chiederci né da dove venivamo, né se avevamo una prenotazione, con un sorriso che, avrei scoperto in seguito, non l'abbandona mai. L’albergo è, in verità, davvero obsoleto, le scale di legno scricchiolano, i corridoi hanno un vago sentore di kerosene incombusto, la biancheria non è ricercata (ma pulita), le chiavi sulle porte sono spesso un optional perché davvero regna una fiducia totale, ma entrare lì dentro equivale a fare un salto temporale. Gli arredi e gli oggetti rivelano un passato che non esito a definire fastoso. Le sedie, le poltroncine e i divanetti in legno, sono Thonet originali che da soli valgono una fortuna ed è facile trovare qua e là graziosi orologi tipo Parigina in vari materiali che farebbero impazzire gli appassionati. La cucina non lascia spazio all’etnico, tanto di moda, e minestre e patè vari nonché l’immancabile Camembert, vengono serviti su enormi vassoi in argento antico (o meglio, proprio ‘vecchio’) o in grandi zuppiere di porcellana sbeccata; spesso chi mi accompagna storce il naso. Lo so che la maggior parte di noi è attratta dal rassicurante arredamento global Ikea che imperversa anche qui, dalle candeline accese dentro i Galej, e dal piumone Blasippa che fanno tanto trendy, ma io adoro gettarmi in questo angolo di Francia incontaminato, dormire sui vecchi letti con materassi ad elastici come quelli della nonna, soffocare sotto una pesantissima trapunta di lana, scarabocchiare su questi scrittoi che in un tempo devono aver visto centinaia di teste piegate diligentemente a scrivere cartoline e lettere ai parenti rimasti a casa, aprire le ante scricchiolanti degli armadi e riporre la biancheria nei cassettoni ricoperti sul fondo da fogli di candida carta bianca. Forse rincorro un passato che ho solo assaggiato e di cui ho un ricordo struggente, ma più semplicemente voglio sentirmi in un altro luogo che non somigli per nulla a quello stereotipato a cui siamo abituati. Per questo a volte più la camera è ‘vecchia’ più mi piace: sembra di essere finiti nel bel mezzo di un’indagine di Maigret in pieni anni ’50…

sabato 5 luglio 2008

Les O.V.N.I. sont parmi nous (One Flew Over The Cuckoo's Nest )

Il Bugarach è da tempo indicato come luogo di fenomeni O.V.N.I (oggetti volanti non identificati). Ci si può credere o meno. Ma se poi nella vicina Rennes les Bains crescono piante come questa c'è da chiedersi se per caso non ci sia qualcosa di vero nei racconti ascoltati.

martedì 1 luglio 2008

Il vecchio del Bugarach - "Nemo accipit qui non legitime certaverit"

Ci sedemmo al tavolo della locanda dopo una giornata di lento girovagare tra i boschi di Rennes les Bains. Cominciava a piovere ed il camino acceso, anche se eravamo in piena estate, ci stava proprio bene. Al tavolo al nostro fianco, un vecchio gustava la sua Cassoulette con lo sguardo fisso ad una foto sulla parete di fronte. Sotto si leggeva: “Il ponte del Diavolo – Bugarach”. Non sembrava soprapensiero, solo assorto ed i suoi occhi scuri sembravano scrutare ogni particolare di quell’immagine. I nostri discorsi un po’ eccitati sulle due Rennes e su quanto avevamo visto quel giorno, parvero scuoterlo dai suoi pensieri e ci rivolse lo sguardo. Aveva un lievissimo strabismo che nulla toglieva, però, alla capacità di mettere una lieve soggezione in chi stava osservando; tutto emanava forza e caparbietà da lui, incuteva istintivamente rispetto. A dispetto dei capelli grigi e delle profonde rughe di fianco agli occhi, ci accorgemmo che doveva essere più giovane di quello che sembrava, ma forse una vita difficile come quella dei montanari, sembrava averlo “sciupato” prima del tempo. Lo salutammo e lui ci augurò buon appetito, ma lo fece in uno strano dialetto molto più simile allo spagnolo che al francese e noi pensammo fosse occitano. Il nostro discorso concitato, ad un certo punto passò alla tomba di Saunière, al suo odioso spostamento che aveva prevaricato le ultime volontà del reverendo e l’allontanamento dall’amata Marie. Il discorso attirò di nuovo l’attenzione del nostro vicino. “Eh, bien...” disse con una voce greve, " il a eu l'épreuve, finalement." "Quale prova…., Chi?” chiedemmo incuriositi. Avvicinò la sedia al nostro tavolo e prima di ricominciare a parlare ci osservò attentamente ad uno ad uno. Poi riprese il discorso, evidentemente avevamo superato una sorta di test. “Qualcuno ha fatto in modo che quello spostamento avvenisse, una volta deciso, nel più breve tempo possibile – disse in quella strana lingua che faticavamo a comprendere e che ci traducevamo a turno ad alta voce, seguendo l’intuizione del momento e aiutati dai suoi cenni d’approvazione – da tempo si aveva il sospetto che la tomba celasse un segreto ed alcune persone “dovevano” assolutamente sincerarsene.” “La storia del tesoro di Rennes?” “No, - rispose dopo una leggera esitazione - un segreto più importante che riguarda le persone, …il potere.” Ci scambiammo un rapido sguardo, non era la prima volta che incontravamo strani personaggi e strane teorie su Rennes, ma una nuova storia al riverbero delle fiamme del camino, era decisamente piacevole, qualsiasi cosa saltasse fuori. “L’esumazione è avvenuta, -sapete? - alle sette del mattino…” disse quasi sottovoce “e non sono stati ammessi che pochi, pochissimi addetti. Lo stretto necessario… e tutti iscritti nel libro paga della persona che ne ha ordinato la profanazione, perché di profanazione si è trattato!” Il tono della voce si era improvvisamente alterato attirando l’attenzione degli altri avventori, ma subito si calmò e dopo un bicchiere di vino rosso del Russillon levato a mo’ di brindisi, riprese il racconto. “Avrei voluto vedere la sorpresa negli occhi dei presenti quando scoprirono che la tomba era vuota, lo sbigottimento di quell’istante! Una persona sola non ne rimase sorpresa, quella che con gelida compostezza ordinò il silenzio a tutti su quanto successo dichiarando che i profanatori degli anni ’60 avevano compiuto l’efferato gesto, ma che dell’episodio, per rispetto ai parenti, non ne avrebbero dovuto parlare. Mai! …A nessuno! …Bondieu, quel messorguièr (1)!” Si fermò un attimo. Parve radunare i pensieri. “Mai nessuno aveva profanato la tomba prima di Lui. L’efferato gesto lo aveva compiuto Lui! Lui e tutti i suoi adepti, che siano maledetti!". Gridò battendo la mano sul tavolo. L’oste ci guardò scuotendo la testa, probabilmente pensò che il vecchio aveva bevuto troppo e ci stava chiedendo scusa. Lo tranquillizzammo con un gesto della mano. Ritornò il silenzio. “Ora sarà tutto più difficile” disse dopo qualche minuto in cui nessuno aveva osato aprire bocca. “Ora sanno che qualcuno ha di nuovo il potere delle parole e delle pietre… ricominceranno a cercare…”. “Cercare cosa?” osammo chiedere un po’ intimoriti da quegli scatti d’ira, timorosi di scatenarne un altro. “Le Grand Heretatge (2), non? Mais…" Nemo accipit qui non legitime certaverit ". (3) Le poder c’est un animal qui ne peut pas se dondar (4). Jamai ! Solo chi ha compiuto il Cammino di San Giacomo fino in fondo ne ha la forza. Non ci si appropria di ciò che non si sa dominare, sarebbe la fine! Maintenant… ara il es tot mai avèrs, malastrosament(5 )...” e si alzò come se improvvisamente si fosse ricordato qualcosa d’improcrastinabile in un altro luogo. Lo seguimmo con lo sguardo dalla finestra dell’osteria. La sera lambiva con grosse nubi la strada verso il Pont du Diable dove, in pochi passi, il vecchio sparì dalla nostra vista. Sul tavolo aveva lasciato una banconota per pagare il suo pasto. Vecchi franchi del 1916……
                                                        
                                                                      ....E cric e crac, mon conte es acabat!
Note
  1. Bugiardo.
  2. Eredità.
  3. Nessuno la riceve se non ha combattuto secondo le regole.
  4. Domare.
  5. Ora è tutto più difficile, disgraziatamente.

lunedì 2 giugno 2008

Roseline-Rosslyn: una ricerca... (Nine Million Bicycles)


Marzo. Con più di un’ora di ritardo, dovuto alla pista ghiacciata di Amsterdam, raggiungo Edimburgo. Dopo una doverosa visita alla Sacra Pietra di Scoone nel castello, lascio alle mie spalle le possenti mura della fortezza che chiude con un tonfo sordo, le due grosse porte dell’entrata. E’ già pomeriggio inoltrato, il freddo tramonto del sole sul 56° parallelo, regala al profilo nero del castello di Edimburgo, seminascosto tra i rami ancora spogli sulla collina che lo ospita, un’immagine inquietante. Chiudo con la mano il collo del piumino, calda difesa all’aria gelida che s’insinua con prepotente forza tra gli abiti. Scendo lungo la Royal Mile la strada principale lunga, appunto, un miglio, che porta all’Holyrood la residenza reale, facendo molta attenzione ai tratti ancora ghiacciati. Mentre mi accorgo, costernata, che qualche ragazza del luogo indossa graziosi sandaletti infradito come se fossimo già in piena estate, io perdo la sensibilità della punta del naso circa a metà percorso. La prossima tappa è la National Library. Tra i documenti custoditi c’è la trascrizione in bella calligrafia nel volume intitolato ‘Miscellania (sic) Scotica Curiosa’ di un’antica lettera di Maria di Guisa, madre di Maria Stuarda, indirizzata a Lord Sinclair signore di Roslin. Il luogo in cui entro per visionare il documento è molto più simile al caveau di una banca che alla sala lettura di una biblioteca. Le pagine scorrono tra le mani esperte di due attenti ma cortesissimi responsabili di quest’istituto fino a raggiungere il punto esatto in cui è riportata la lettera, infine questo meraviglioso libro è tutto per me. La traduzione non è facile, e si porta via un po’ di tempo… . “(...) in Likwis that we sall be leill and true maistres to him, his counsell and Secret shewen to us we sall keip secret. (...)” Ovvero: “Likewise that we shall be loyal and a true Mistress to him, his Council and the Secret shown to us, which we shall keep secret.” . Sostanzialmente Maria Stewart in questo scritto, giura di proteggere e, se il caso, mantenere economicamente Lord Sinclair e i suoi protetti fino alla fine dei suoi giorni, in ringraziamento per averLe rivelato il Segreto. Che cosa sapeva di tanto importante Lord Sinclair da giustificare il capovolgimento dei ruoli (la regina che giura fedeltà ad un suddito) a cui si assiste nella lettera? Oltre a tutto, non viene mai nominata la cappella di Rosslin costruita ‘appena’ cento anni prima o il suo castello e allora diventa davvero difficile capire a cosa si riferisca la principessa francese quando parla di ‘segreto’. L’anno è il 1546, più precisamente il 3 di giugno, la figlia Maria Stuarda di appena quattro anni, promessa sposa a Francesco II di Valois, è partita proprio quell’anno per la corte cattolica, frivola e…’velenosa’ di Caterina de’Medici. Sul suolo scozzese rimane la madre, cattolica come la sua famiglia: i Guisa, cattolica come i Sinclair di Rosslin. In un paese in cui la riforma protestante si stava diffondendo rapidamente, il segreto potrebbe riguardare qualcosa di strettamente legato alla loro religione? O alla stirpe dei Guisa? L’enigma, dopo secoli, resta purtroppo tale. Esco dalla libreria quando oramai il buio ha abbracciato la baia del Firth of Forth, accendendola di mille luci specchiate sull’acqua. L’aria, seppur gelida, porta l’inconfondibile profumo del mare. Dalla radio dell’auto con il riscaldamento a manetta, si diffonde inattesa una vecchia canzone dei C.C.R.: “Somedays never come” anno 1976, un salto indietro nel tempo... Poi, immancabile, un’antica aria scozzese con la cornamusa: ancora più indietro nel tempo… Nel buio totale della campagna del Lothian, la grossa macchina scura presa a noleggio sembra ora un’infernale macchina del tempo che tra poco mi catapulterà addirittura nella metà del 1400, periodo che vide la nascita della cappella di Rosslyn su ordine del conte William St. Clair.


domenica 1 giugno 2008

Rosslyn (Someday Never Comes)

In pochi minuti raggiungo Rosslyn a una dozzina di chilometri a Sud di Edimburgo. Dalla finestra della camera calda e accogliente si vedono gli alberi che poco lontano nascondono la misteriosa cappella. Sono veramente stanca e scivolo in un sonno profondo che non lascia il ricordo di alcun sogno. Il grande piumone bianco che mi avvolge sta diventando sempre più soffocante. Uno sguardo all’orologio: le 4,23… manca ancora qualche ora all’alba. Mi giro e mi rigiro: credo di aver perso completamente il sonno. Sul tavolino vicino alla finestra so di trovare il bollitore e alcune bustine di tè. Decido per un profumato Earl Grey, sarebbe d’altronde impossibile riprendere sonno. Le tende sono scostate, il profilo delle Pentland si intravede in quello che sembra un principio di luce la in fondo. La tazza in cui cerco di stemperare l’impazienza emana calore e profumo di bergamotto. So che la Cappella è là, a pochi metri dalla mia finestra, seminascosta dagli alberi spogli del viottolo che ne nascondono il profilo dietro una piccola curva. La luce ora mi sembra un bagliore circoscritto…. forse la Cappella di notte è illuminata e io credo di non resistere oltre al suo richiamo. Decido di vestirmi ed andare a darle un’occhiata. Fuori fa un gran freddo, è nevicato da poco e la bassa temperatura ha ghiacciato lo strato di neve che si era posato sulla strada. Cammino lentamente cercando di non scivolare sul lievissimo pendio nel silenzio totale. La luce non c’è più, forse mi sono sbagliata. “E’ certo -penso tra me e me- che se fosse ancora illuminata la vedrei anche da qui.” ma in questo momento si vede solo un lievissimo accenno d’alba in fondo al viottolo a Est. Eppure poco fa ne ero quasi certa: c’era una luce quaggiù. Forse le lampade si sono appena spente. La Cappella è circondata da una cinta che ne impedisce la vista dalla strada. Accipicchia, così non si vede altro che quel tetto di lamiera che mi ricorda i fienili della bassa Padania. Nel buio, ancora signore di questa notte quasi agli sgoccioli, l’ultimo quarto di luna non basta a rischiarare per bene quello che volevo vedere, ma il castello dei Sinclair (o meglio quello che ne resta) è a due passi da qui e non c’è nessun impedimento fino alle sue mura. Merita una visita in questa atmosfera surreale. Oddio, nessun impedimento….. veramente uno c’è. E’ che devi passare di fianco a un cimitero e se di giorno non mi fanno nessuna impressione, di notte, chissà perché, mi mettono una leggera ansia… Il mio passo impercettibilmente comincia ad affrettarsi… “Fifona!” penso… Mi rispondo anche da sola, dando il via a un battibecco con il mio alter-ego che ha la capacità di indispettirmi come ogni volta che capita. “Ma fatti i ca**i tuoi!!” “è solo che ho voglia di arrivare prima che questo incantesimo si spezzi con la luce del sole”. “See, see… però rallenta, se scivoli prima che ti ritrovino può passare qualche ora….” “Ok, hai ragione”. “Ti ricordi quella leggenda del cane dagli occhi di brace??” “mmm… quello che difende il tesoro di Oak Island?” “Sì, quello” “perché ci pensi proprio ora, pirlona??” “no, così… Gli inglesi la raccontano spesso, ti ricordi il mastino dei Baskerville? Forse su quest’isola è un mostro comune….” “Ma allora sei bastarda dentro! Perché non pensi anche a Cujo, a Jack lo squartatore e a Mr. Hide, visto che ci sei? Ma cos’è il bergamotto che ti stimola così la fantasia bacata? Cristosanto manca così poco alla fine del cimitero, se mi viene paura dovrò ripercorrerlo tutto all’indietro… e di corsa… e se cado io cadi anche tu!!!. Forza che si vede già il ponte e quel che resta della torre.” . Di giorno le pietre rosa di questa fortezza sono un sogno: al tramonto cambiano tonalità in un caleidoscopio di rossi e di rosa, ora sono solo nere. Non c’è più la torre dove William Sinclair nascondeva i grandi bauli con i misteriosi manoscritti. Si dice che durante un incendio il signore del castello corse alla torre ignorando dame e servitori intrappolati dalle fiamme, ansioso solo di mettere in salvo questi scritti. Cosa celavano di così importante? Saranno tutt’ora custoditi nella cripta della Cappella di Rosslyn? A proposito: ma… di nuovo c’è quella luce in direzione della Cappella. Non è luce, sono bagliori. Come un’alba boreale, come un incendio… poi di nuovo il buio. Ritorno verso l’albergo mentre l’alba oramai illumina il sentiero sterrato, portandosi via eventuali “cani dagli occhi di brace”. Mi farò un’altra tazza di tè mentre aspetto che il giorno si faccia largo nel Lothian. Vicino al camino c’è un vecchio giornale che serve probabilmente per accendere il fuoco. “…In 1998 Scottish tourist, A. Sinclair, died under mysterious circumstances whilst in the lockup at Ben Gurion airport in Israel. The Israeli authorities said that he had committed suicide by hanging himself. His body was returned to Scotland missing parts and his family were forced to sue in order to recover them...” « ??????? Cosa diceva l’antica leggenda?» «Ma non te ne eri andata?» penso irritata. La mia vocina continua imperterrita: « ....La leggenda racconta che ogni volta che un discendente del principe delle Orcadi muore, la cappella appare avvolta dalle fiamme. Forse anche oggi da qualche parte nel mondo è morto un Sinclair. In fondo siamo in Scozia e questa storia poteva finire solo con i fantasmi!!! »